Marina Abramović: l’artista pioniera del linguaggio performativo   

L’artista contemporanea Marina Abramović, classe 1946, è stata una pioniera del linguaggio performativo e una convinta sostenitrice della forza espressiva del corpo…è sicuramente un’artista molto discussa, soprattutto in questo periodo in seguito alla sua ultima performance “512 Hours”, iniziata l’11 giugno e che proseguirà fino al 25 agosto: 512 ore (dalle 10 del mattino alle 6 del pomeriggio) in cui la Abramović non farà nulla. Performance per la quale è stata accusata di plagio dall’artista concettuale newyorkese Mary Ellen Carroll che, nel 2006, fece “Niente”.
La Serpentine Gallery, galleria in cui l’artista sta “performando” è corsa prontamente in sua difesa citando alcuni nobili casi del passato: Yves Klein e la galleria vuota del 1950, il pezzo silenzioso di John Cage del 1953 e per citare un esempio più recente Gustav Metzger al Centre Pompidou con “Metzger non pensa niente” del 2012.
Ma in zona britannica la tutela del copyright è argomento assai scottante…motivo per cui un noto professore, David Joselit, storico dell’arte della City University è sceso in campo in difesa della Carroll affermando che quest’ultima “s’impegnò molto di più a non fare “Niente”. Nel 2006 infatti, partì da New York con “Nothing”, ad eccezione del passaporto, e per sei settimane attraversò l’Argentina tenendo un diario nel quale descrisse come vivere con “niente”…insomma, una diatriba che ha subito fatto scaturire grandi discussioni anche rispetto al reale concetto di fare arte… “niente è arte o non è niente?”…
Marina Abramović aveva affermato “Solo io e il pubblico. Voglio dimostrare che si può fare arte anche con niente. Sarà la cosa più radicale della mia carriera”. E così, dopo anni di performance struggenti e “torturanti”, una vita sempre più incline alla mondanità, l’artista ha voluto trovare un modo diverso per comunicarsi al pubblico, per parlare di sé e della sua arte.

Non vogliamo entrare nel merito della discussione, tanto meno esprimere giudizi “ formali” sulle sue performance…certo è che sin dall’inizio della sua “carriera” la Abramović è stata capace di mettersi al centro dell’attenzione con le sue particolari performance, molto spesso volte alla provocazione.

L’artista serba, sin dall’inizio, ha voluto dare un’immagine forte di sé e, dopo essersi laureata nel 1972 presso l’Accademia di Belle Arti di Belgrado, si presenta al pubblico, un anno dopo, con la sua prima performance, “Rhythm 10” nella quale indaga la ritualità gestuale: con venti coltelli e due registratori esegue un gioco russo nel quale ritmici colpi di coltello sono diretti tra le dita aperte della mano; ogni volta che si taglia, prende un nuovo coltello dalla fila dei venti e l’operazione viene registrata. Dopo essersi tagliata venti volte, l’artista ascolta i suoni registrati e tenta di ripetere gli stessi movimenti, cercando di replicare gli errori e quindi le ferite…vuole esplorare le limitazioni fisiche e mentali del corpo per dimostrare come “una volta che sei entrato nello stato dell’esecuzione, puoi spingere il tuo corpo a fare cose che non potresti assolutamente mai fare normalmente.”

Nel 1976 Marina Abramović lascia l’allora Jugoslavia per trasferirsi ad Amsterdam e nello stesso anno inizia la collaborazione e la relazione con Ulay, artista tedesco con il quale realizzerà alcune performance, tra cui ricordiamo “Imponderabilia” del 1977, presso la Galleria d’arte moderna di Bologna. Un’altra provocazione volta ad indagare le reazioni del pubblico: i due artisti sono in piedi ai lati di una stretta porta che consente l’ingresso nella galleria, completamente nudi. Per entrare si è costretti a passare in mezzo ai loro corpi, decidendo con imbarazzo se rivolgersi verso il lato del nudo maschile o verso quello femminile…

Quella della Abramović è un’arte che coinvolge emotivamente e fisicamente (ricordiamo ad esempio “Freeing The Body” del 1975, in cui l’artista si avvolge la testa in una sciarpa nera e inizia a muoversi a ritmo di un tamburo africano, ballando finché è completamente esausta e cade quindi per terra; un’esecuzione che è durata 8 ore).

Ma nel corso degli anni, l’intento dell’artista non si è limitato a coinvolgere il pubblico emotivamente, bensì a renderlo partecipe e parte integrante della sua performance: è chiamato ad interagire spinto da un impeto emotivo, come in “Lips of Thomas” in cui la Abramović esplora i limiti fisici del proprio corpo (arrivando anche a superarli) e la predisposizione dell’osservatore all’azione. In questa performance esordisce mangiando un chilogrammo di miele con un cucchiaio d’argento, prosegue bevendo un litro di vino rosso e rompendo con la sua stessa mano il bicchiere. L’azione diventa poi più violenta e culmina in atti di autolesionismo, come l’incisione di una stella che l’artista pratica con un rasoio sul proprio ventre. L’artista si fustiga e si distende su una croce composta di blocchi di ghiaccio e, mentre un getto d’aria calda diretta sul suo ventre fa sanguinare la stella incisa, il resto del corpo comincia a gelare. Ed è allora che gli spettatori, non riuscendo a rimanere passivi davanti a una simile visione, intervengono di forza per impedirne il congelamento. La performance diventa così un dialogo tra l’esecutrice e lo spettatore che non può restare inattivo ed è quindi psicologicamente costretto a reagire. La reazione dello spettatore diventa così l’oggetto dell’esecuzione.

A tal proposito ricordiamo anche la sua performance del 2012 “Method”, tenutasi al PAC di Milano, in cui lo spettatore viene considerato non solo come elemento necessario per completare l’opera (come asseriva Duchamp) ma addirittura imprescindibile per la realizzazione e la riuscita della performance stessa.

Per concludere vogliamo ricordare “Balkan Baroque” del 1997, performance che ha fatto vincere all’artista il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. La Abramović, seduta accanto a una montagna sanguinante di ossa di animale per tre lunghi giorni cantando ininterrottamente litanie e lamenti, gratta e pulisce le ossa ammucchiate dalla polpa che è ancora presente su di esse. Intanto, tutt’intorno alla scena, dei video ricordano le sue origini e la sua appartenenza a un paese che in quegli anni era pesantemente dilaniato dalle guerre. Il definitivo riconoscimento di un lavoro che l’artista portava avanti da anni.

Si tende sempre ad associare l’arte alla bellezza, ma l’arte non deve necessariamente avere a che fare con la bellezza. Secondo me l’arte deve essere inquietante, sollevare degli interrogativi, predire il futuro.” Marina Abramović

One Response to Marina Abramović: l’artista pioniera del linguaggio performativo

  1. Silvia de santis says:

    meraviglioso

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